Marina dei micromammiferi
Febbraio 23, 2017

Dopo un’infinita camminata attraverso le mille colline del massiccio di Kabobo, una pioggia impietosa e una discesa di oltre 1800 metri di dislivello, il 28 febbraio con le ginocchia tremanti il gruppo di Kabobo Expedition arriva nel villaggio di Bendera.
La missione è finita.
Abbiamo attraversato tutto il massiccio dal Lago Tanganika all’entroterra oltre 40 km di marcia e un’incredibile varietà di paesaggi. A una settimana dalla fine della spedizione quello che abbiamo visto rimane nel nostro ricordo come un enigma che, svelandosi un po’, non ha fatto che accrescere la nostra curiosità e la consapevolezza di quanto ancora ci sia da scoprire negli oltre 100 km di montagne che si affacciano su uno dei laghi più grandi e profondi del pianeta. In silenzio durante il viaggio e nei giorni seguenti ci prendiamo un po’ di spazio per le prime riflessioni su questo lungo mese.

“Che significato ha avuto questa spedizione, secondo te?” chiedo a Michele “credo che in questa fase storica ogni porzione di pianeta che riusciamo a sottrarre all’uso da parte dell’uomo sia garanzia di sostenibilità. Kabobo Expedition era uno sforzo in questo senso”. Mi chiedo, a lavori chiusi, dopo la lunga aspettativa che questa missione aveva creato in ognuno di noi, dopo la fatica organizzativa, dopo un lungo mese di imprevisti, bellezza, difficoltà e stupore quale sia l’aspetto che di più ha colpito i ricercatori protagonisti di questa avventura.
“Ho visto una delle più vaste e intatte foreste che abbia mai visto e una fauna ancora così ricca” dice Michele fra sé e sé, quasi in risposta alla mia domanda “si tratta poi di una zona circoscritta, poco utilizzata ma con enormi potenzialità, anche per un ragionato turismo di natura, se DRC riuscisse a raggiungere una buona stabilità politica per cui i Parchi fossero davvero protetti, questa zona sarebbe davvero facile da gestire e tutelare” riprende pensieroso.
Ogni volta che ho chiesto a qualcuno dello staff congolese cosa pensasse del nostro lavoro di conservazione o della possibilità che Kabobo entri a far parte del grande Parco di Ngamikka mi hanno sempre risposto “è una grande opportunità, perché porta lavoro”. Opportunità di uno stile di vita migliore: ecco la chiave che apre le porte all’appoggio della popolazione, fattore indispensabile per il buon esito di ogni azione di tutela.

“Come descriverai Kabobo ai tuoi colleghi?” chiedo ancora “parlerò di un luogo vasto e poco conosciuto, intatto e stabile, difficile, a volte ostile ma ricco e bellissimo, per quanto riguarda rettili e anfibi abbiamo solo cominciato a ‘grattare la superficie’, abbiamo esplorato diverse fasce altitudinali ognuna delle quali abbiamo scoperto contenere qualche elemento particolare o inaspettato, e questo, anziché saziarla, non ha fatto altro che aumentare la curiosità” dice sorridendo.

“Qual’è stato secondo te il contributo di Kabobo Expedition alla creazione del futuro Parco di Ngamikka?” chiedo ancora. “Di certo ogni elemento conoscitivo contribuisce a conferire nuovo valore a questa Natura e di conseguenza alle ragioni per la sua tutela. Ma in questa spedizione abbiamo puntato molto anche su un altro elemento fondamentale: la comunicazione. Il nome di Kabobo, la sua immagine, devono comparire sulle mappe e nella mente delle persone, devono diventare una realtà e trovare una propria personalità, una meta desiderata…un sogno”. Niente è più efficace di un sogno per stimolare il desiderio di protezione.

“Qual è la cosa peggiore che ti porti a casa dopo questa missione?” Michele fa una pausa prima di rispondere “la sensazione di essere, come uomini, totalmente incapaci di usare le risorse di questo pianeta, senza devastazione”.

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