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Kabobo Massif

Kabobo” dice Mulenda, la nostra infaticabile guida, quando dopo una salita di 5 ore usciamo da un fitto boschetto di bambù per la prima volta sotto il cielo aperto dopo molti giorni.
Il mondo è cambiato, la vegetazione è completamente trasformata: siamo nel regno dell’alta quota, la fascia afrotemperata dove quasi si dimentica di essere ai tropici. Attorno al piccolo podio di scure rocce vulcaniche su cui ci siamo fermati mi sembra di rivedere il timo, la santoreggia, la salvia, i giunchi, i lecci e qualche conifera delle mie zone mediterranee.

Tradiscono i cercopitechi di l’hoest che saltellano qua e là sui rami e lunghi licheni argentati che scendono come veli dai rami e il paesaggio che ci si offre davanti agli occhi non lascia dubbio sulla nostra geografia. Il massiccio di Kabobo è completamente disteso davanti a noi. Un susseguirsi di cime e valli avvolte di fitta foresta, si susseguono a perdita d’occhio. Nessuna traccia umana per decine di chilometri. Siamo a 2715 metri di quota, all’apice del grande, antico massiccio di Kabobo.

Da qui in poi il paesaggio si trasforma, siamo oltre la cima degli alberi, sfuggiti all’atmosfera ipnotica e opprimente del labirinto forestale, il nostro sguardo può finalmente viaggiare oltre la cima degli alberi, dandoci il piacere di poterci finalmente collocare nello spazio e la consapevolezza dei dintorni, un piacere che nella foresta manca fino allo stordimento.

Un paesaggio collinare di praterie afroalpine, si staccano dalla densa foresta che in stretti e fitti tunnel si insinua ancora fra un rilievo e l’altro. Uno dei più bei posti che io abbia mai visto. La biodiversità si manifesta subito per indizi. Emmanuel mi indica le fatte di uno scimpanzé, poco dopo ci imbattiamo in quelle di un pangolino, facilmente riconoscibili dal contenuto esclusivamente chitinoso derivante dagli abbondanti pasti a base di formiche, ma è poco dopo la sorpresa più grande: “senti questo odore?” mi dice “è da poco passato un leopardo di qua”. Confermo, l’odore è acre e pungente.
“Per i babembe è un animale sacro” mi spiega Aristote che appartiene a questa antica popolazione che arriva fino alle sponde del Tanganica. Sacro come lo sono il pangolino e lo scimpanzé portatori di magici poteri cui solo il capo villaggio ha accesso. A tutti, tranne a lui, la caccia a questi animali è assolutamente vietata, ma nel caso dello scimpanzé il tabù è ancora più severo: mangiarli è un peccato imperdonabile: “perché?” chiedo “perché sono nostri fratelli” mi rispondono.

Attraversiamo le colline spinti da un vento che mi riporta alle “cime di casa” e montiamo il campo vicino a un ex campo di minatori. Fra queste colline diversi scavi amatoriali disturbano l’armonia del paesaggio e tradiscono la presenza di oro e coltan: merce preziosa per i “wauzungu”, i bianchi.

La sera arriva il consueto momento dell’escursione per gli erpetologi: anfibi e rettili sono intercettabili molto più facilmente alla luce delle torce. Michele, Emmanuel, Kasereka e Aristot partono lungo il torrente. Tornano a sera inoltrata, con un bottino più ricco del previsto: “era a 10 metri da me” dice Emmanuel emozionato “solo a 10 metri da me e a 100 dall’accampamento, l’ho illuminato con la torcia, ho avuto il tempo di fissarlo negli occhi, si è fermato per un attimo, poi in un tuffo è sparito nella foresta”. “Cosa? Cosa?” gli chiediamo ansiosamente “Chui!” risponde, il leopardo!

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