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From Kalemie to Kasombe

E’ mezzanotte passata quando la piccola barca di legno su cui viaggiamo in 20, da 12 ore, viene fermata. A parte il pilota, dormiamo tutti, accartocciati fra decine di bagagli ammassati. Siamo in viaggio da Kalemie a Kasombe, prima tappa della spedizione e sede del laboratorio da campo. Per due giorni la partenza è stata rimandata di ora in ora, mettendo a dura prova i nervi. Accordarsi, qui, richiede giorni, anche se i piani sono già stabiliti. In Africa il tempo scorre in maniera diversa: accelera e rallenta con un ritmo incomprensibile. L’unica certezza che hai è che questa discontinuità non si accorderà con le tue necessità. Nel nostro caso l’Africa trasforma un avvicinamento di tre giorni, in un’Odissea di otto.

Da Uvira, tappa intermedia, siamo partiti cinque giorni fa con un battello civile. “A che ora parte?” “All’una” rispondono. Mezz’ora dopo è già “alle tre” e alla fine si parte alle 18. “Quanto tempo ci vuole?” “diciotto ore” dicono, che si rivelano essere 21. E così le ore si allungano in giorni e i programmi si diluiscono nella flemma tropicale. Approfittiamo del lungo viaggio e del ponte del battello per testare il modem Thuraya che ci permetterà di raccontare la spedizione in tempo reale.

Ventiquattrore dopo ci troviamo nella vecchia Albertville, relitto di una città dal passato elegante. “Partiamo domani” ci accordiamo. Due giorni dopo siamo ancora lì, in attesa di una partenza rimandata di ora in ora. Bisogna accordarsi con le autorità, con i militari che ci scorteranno, chiedere permessi, fare le ultime spese. Ognuno di questi impegni richiede un tempo che, alle nostre latitudini, sarebbe inconcepibile. Finalmente riusciamo a lasciare Kalemie alla volta di Kasombe, remoto villaggio sulle sponde del lago sede del laboratorio da campo: la prima vera tappa di Kabobo Expedition. Tempo stimato: 10 ore; tempo africano: 2 giorni. Il team è in fermento: a questo punto tutti non vedono l’ora di iniziare. Il generatore in barca lavora da ore per mantenere in temperatura i reagenti che saranno utilizzati per l’estrazione e il sequenziamento del DNA. Massimo e Anita lo controllano in continuazione: ogni cambio di temperatura potrebbe compromettere l’intero processo di analisi.

Dopo oltre 10 ore ci fermiamo in uno dei villaggi lungo la costa. Pesce secco e fufu, la polenta di mais e cassava tipica di questa zona e dopo cena l’imprevisto che ripaga della stanchezza del lungo viaggio. Quasi fosse una cerimonia gli abitanti portano in dono ad Anita la pelle di uno dei più straordinari mammiferi esistenti, oggi nella lista rossa CITES, cacciato intensamente e protetto alla stregua del panda, il pangolino arboricolo (Phataginus tricuspis). “Sarà una delle prime cose che sequenzieremo” dice Anita. Come? Mi chiedo guardando le scaglie cheratinose della corazza, prive di DNA. “Guarda qui” dice lei indicando un piccolo ciuffo di peli “estrarremo il DNA dal bulbo pilifero”.

E’ mezzanotte passata quando la nostra barca viene fermata. Non si procede senza l’autorizzazione militare. Scendiamo ancora mezzi addormentati e seguiamo la nostra guida armata fra le capanne del paese. Michele sparisce al seguito di un fantasmagorico gigante nero avvolto in una tunica bianca: il comandante in capo. A capo chino presenta la spedizione e chiede il permesso di passare. La mattina dopo una nuova guardia armata sale in barca con noi: abbiamo ottenuto l’ultimo permesso e la protezione dei militari locali per la spedizione. Verso Kasombe, campo 1.

1 Comment

  1. Manuel ha detto:

    Well done!! Keep strong and enjoy the amazing experience!