La notte del pangolino
Febbraio 9, 2017
Spedizione 3.0
Febbraio 10, 2017

9 febbraio, ci muoviamo verso il primo campo nella foresta. Partiamo in mattinata, solo una parte del gruppo va in avanscoperta. Due apripista, Erik, io Michele, Massimo, Simone Jerome il cuoco e un soldato che, silenzioso come un’ombra segue ogni nostro movimento. Carichiamo la barca, una piccola barca a remi dal fondo piatto, buona per pescare, che qui chiamano Mtumbu. Di sera il lago ne è costellato.

Il remo è lungo e stretto e mentre vogano lo battono forte con la mano per bagnarsi il palmo e fare più presa. Un’ora di navigazione e arriviamo a Mkua, un’insenatura nella costa, un fiordo delimitato da un canneto, che si insinua nella foresta alla foce di un torrente. “Un luogo sacro” sussurra Erik sottovoce. Qui si viene a parlare con gli spiriti. Ogni gruppo di villaggi qui sulla costa ha un suo “luogo degli spiriti” dove si va a chiedere aiuto se non piove, se manca il pesce o c’è qualche epidemia. Solo le 10 e 20 e il caldo è già soffocante. Il pendio è verticale e il primo passo sul sentiero scosceso e scivoloso parla chiaro: sarà dura! Presto penetriamo il muro vegetale della foresta, un complicato tessuto, dove migliaia di fili diversi, liane, tronchi, rami, foglie, semi, epifite, licheni, muschi che si intrecciano, si accavallano, si sovrappongono, si soffocano alla ricerca di sole. Secondo Michele invece è l’evidenza dell’ordine ecologico, una stratificazione complessa della vita, solo apparentemente caotica.

La vita in basso brulica che il terreno sembra fluido tanto è il movimento sotto i nostri passi. Per gli amanti dei paesaggi ampi e diradati, delle forme pure, questo ambiente potrebbe risultare fortemente claustrofobico. Il caldo, l’umidità formano un clima denso che unito al caleidoscopico gioco di luci, ombre, umidità, verticalità e vegetazione proiettano in uno stato quasi ipnotico. I piedi spariscono in uno scivoloso amalgama di marcescenze vegetali: un incubo per chi ama vedere dove mettere i piedi. Bisogna non pensarci. Un gruppo di cercopitechi (Allochrocebus lhoesti) corre sopra le nostre teste, raggiungendo rapido la sommità degli alberi almeno 30 metri sopra di noi. Qualche passo più avanti Erik ci indica dei nidi di scimpanzé, un comodo ammasso di foglie e rami che ogni giorno le scimmie costruiscono per la notte.

In 4 ore di cammino raggiungiamo la quota di 1000 metri, le guide cominciano ad attrezzare il campo. “Non è sufficiente” dice Michele “dobbiamo arrivare almeno a 1300-1500 metri, qui troveremo molto poco”. Nelle foreste montane, infatti, la vita si stabilizza alle alte quote, è lì che la foresta si è mantenuta più stabile nel tempo dando modo alla biodiversità di specializzarsi e differenziarsi. Più in basso è stato un saliscendi di savana e foresta che solo di recente, evoluzionisticamente parlando, si è stabilizzato in foresta. Domani gli apripista cercheranno una via per portarci più in quota.

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